Il monastero di Santa Maria di Morrona nel Medioevo (secoli XI-XIV)
Il monastero in cui ci troviamo fu la terza fondazione monastica maschile della casata dei conti Cadolingi: come per tutte altre famiglie comitali dell’epoca, il titolo derivava dall’aver esercitato un ufficio pubblico, quello di conte, in un territorio; nel nostro caso si trattava di Pistoia. Sul finire del X secolo il conte Lotario I aveva fondato i monasteri di San Salvatore di Fucecchio nella diocesi di Lucca e di San Salvatore di Settimo presso Firenze. Morrona sorse nel 1089 ad opera del conte Uguccione II, nipote di Lotario I: a lui si dovettero anche, nell’ultimo decennio del secolo, le origini dell’abbazia di Santa Maria di Montepiano nella diocesi di Pistoia, mentre una figlia del conte Lotario I, Berta, fondò il monastero femminile di Santa Maria di Cavriglia nella diocesi di Fiesole, noto dal 1075.
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Il contesto monastico
I Cadolingi ci appaiono dunque alacri promotori di enti monastici, ben cinque, partecipi di quella fioritura monastica che interessò la Toscana, e più in generale l’Italia centrosettentrionale, dagli anni Settanta del X secolo e, se pur con caratteri e scopi diversi, durò fino al primo quarto del XII secolo, con quasi centoventi fondazioni o rifondazioni nella nostra regione, registrando i picchi maggiori nell’ultimo venticinquennio dell’XI secolo e nel primo quarto del successivo. Le più importanti caratteristiche di questo fenomeno furono la netta prevalenza dei cenobi maschili rispetto a quelli femminili, la non omogenea diffusione spaziale e il ridotto numero di religiosi presenti nei singoli enti, da dieci a quindici unità: il relativamente esiguo numero di enti femminili fa capire come non si possa parlare di monacazioni forzate, fenomeno inesistente nel Medioevo.
Se in questa fioritura monastica rilevante fu il ruolo dei vescovi locali, assai più significativo fu quello delle casate laiche di vario livello, a partire dallo stesso marchese di Tuscia Ugo (970-1001) e dalla madre Willa nell’ultimo trentennio del X secolo, esempio seguito dalle stirpi comitali degli Aldobrandeschi, Guidi, Cadolingi, Gherardeschi, dei conti di Siena e di quelli di Arezzo e da altre importanti famiglie, signorili ma anche cittadine.
In questo tipo di fondazioni non mancavano reali e forti motivazioni di carattere religioso (beneficiare delle preghiere dei monaci e mantenersi in contatto con una vita cristiana più pura), pur tuttavia da tempo gli studiosi hanno rilevato la prevalenza di precisi interessi politici ed economici. Per le casate laiche si trattava di monasteri privati, nucleo di coordinazione di un ambito territoriale e punto di riferimento per larghi strati della società locale – dai coloni che ne coltivavano i campi alle famiglie più cospicue che ne prendevano a livello le terre o vi ponevano loro membri come monaci –, in grado di favorire il radicamento signorile dei fondatori, in particolare di quelli che tendevano a rendere dinastici i loro poteri di origine pubblica, come i casati comitali, con un ruolo quindi non dissimile da quello dei castelli: il loro proliferare rappresenta un fenomeno parallelo e complementare all’incastellamento.
Occorre tuttavia guardarsi da ogni forma di determinismo sociale ed economico e ricordare che la documentazione giunta sino a noi, sia scritta sia materiale, offre una visione parziale della vita monastica, consentendo di cogliere prevalentemente gli aspetti patrimoniali ed economici, e solo raramente e sporadicamente quelli culturali e religiosi.
Importanti impulsi riformatori comparvero sulla scena toscana nella prima metà dell’XI secolo, in particolare con i due rilevanti movimenti di riforma, facenti capo rispettivamente alle fondazioni di Camaldoli e di Vallombrosa, cui dalla metà del secolo si collegarono altri enti. E proprio con i Vallombrosani i Cadolingi strinsero particolari rapporti, fornendo il loro appoggio a quelle manifestazioni più radicali e rivoluzionarie, che a partire dal 1065 turbarono violentemente la vita religiosa fiorentina con le accuse di simonia e gli attacchi al vescovo Pietro Mezzabarba, cui andava il favore del marchese di Tuscia Goffredo il Barbuto di Lorena: l’obiettivo dei conti era però di carattere politico, indebolire e ridurre il potere e il ruolo del marchese nella regione. Essi concessero verso il 1068 il monastero di Fucecchio a san Giovanni Gualberto, cui pure il conte Guglielmo Bulgaro tra il 1041 e il 1046 aveva donato il cenobio di Settimo, sede nel 1068 della famosa prova del fuoco di san Pietro Igneo contro il vescovo Pietro Mezzabarba. Come vallombrosano sorse Montepiano, quando però ormai l’Ordine aveva abbandonato le posizioni polemiche ed estremiste dei decenni precedenti.
Il cenobio di Morrona fu invece concesso ai Camaldolesi il I febbraio 1109 dal figlio del fondatore, il conte Ugo, che se ne riservò il patronato. Negli stessi anni i Camaldolesi fecero il loro ingresso in altri due monasteri della diocesi volterrana, i Santi Ippolito e Cassiano di Carigi nel 1102 e i Santi Giusto e Clemente presso la città prima del 1113. Era allora vescovo Ruggero dei conti di Bergamo, un presule energico, che in tutta la sua attività si dimostrò geloso custode delle prerogative episcopali ed ispirato agl’ideali di riforma: sembra difficile pensare che l’insediamento camaldolese possa essere avvenuto senza l’accordo, o magari un vero e proprio interessamento, dello stesso vescovo. Si può poi osservare che nella diocesi volterrana, come in quella pisana, i primi anni del XII secolo furono fondamentali per i Camaldolesi, che poterono registrare cospicui incrementi.
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Il monastero ed i suoi fondatori
Per ricostruire le vicende dell’abbazia di Morrona le fonti a nostra disposizione sono rappresentate dalla documentazione di tipo diplomatistico, ossia le pergamene conservate negli archivi: una decina, del XII secolo, si trovano nell’Archivio Arcidiocesano di Pisa, qualche altra nel fondo di Camaldoli ora nell’Archivio di Stato di Firenze, ma la maggior parte è nell’Archivio Vescovile di Volterra: ciò dipende dal fatto che nel 1482, morto l’abate allora in ufficio, il vescovo volterrano Francesco Soderini con duecento armati si presentò nel castello di Morrona e, nonostante l’opposizione della gente del luogo, disposta a difendere con la forza il cenobio, riuscì ad impossessarsene grazie alla connivenza del governo fiorentino. A nulla poterono le proteste e le azioni del priore generale di Camaldoli Pietro Delfino, che concluse il racconto degli eventi osservando come sulle sue buone ragioni avesse prevalso la potenza dei Soderini. L’abbazia, con i suoi documenti, passò alla Mensa Vescovile di Volterra.
Non è qui certo possibile dar conto di tutta questa documentazione (io l’ho vista fino al 1350): vi esporrò solo alcuni aspetti, rimandando per il resto al saggio stampato nel 2008, che non è esaustivo, ma mi riprometto di tornare sull’argomento con un futuro lavoro.
Il cenobio era dedicato a santa Maria, cui si affiancò san Benedetto, segno dell’osservanza della regola benedettina; nel corso del XII secolo, come del resto avvenne per altri enti monastici toscani, si trasferì da una posizione ad un’altra. La prima sede «prope loco Morrona» è detta «ubi dicitur monasterium Radari», denominazione cui per il momento non è possibile dare una spiegazione: qui gli edifici monastici erano in costruzione nel 1106 e nel 1110 si specifica si trattava di un’altura nelle immediate vicinanze del castello di Morrona, un centro abitato fortificato. In un atto del 30 agosto 1152 l’abate Jacopo giustificava la vendita fatta a Villano, arcivescovo di Pisa con le necessità connesse con l’edificazione del nuovo monastero «in loco ubi dicitur Podium que prius era in loco Abbadie Vetere». Non è attualmente possibile identificare la prima sede dell’abbazia, che si spostò in una posizione un po’ più lontana dal castello, fenomeno comune ad altri cenobi, probabilmente per evitare eccessive intromissioni da parte di forze esterne.
La maggior parte della documentazione si riferisce, come avviene solitamente, a questioni patrimoniali: donazioni, acquisti, livelli, cioè affitti, a Morrona e nelle località circostanti (Casciana Terme, Casanova, Soiana, Soianella, Rivalto, Campagnana, Negoziana, le ultime due non identificabili). Particolarmnete interessante è il ruolo del conte Ugo dei Cadolingi, il quale compì due donazioni a favore del cenobio, il 2 marzo 1106 e il 19 febbraio 1107. Poi, il I febbraio 1109 ‘vendette’ all’abbazia metà della sua porzione del castello e territorio di Morrona con i diritti signorili connessi e ricevette dall’abate Gherardo una spada. Simo in realtà di fronte a un prestito con garanzia fondiaria, come mostra la clausola apposta dopo la completio: la ‘vendita’ sarebbe stata annullata se il conte avesse avuto eredi legittimi e avesse restituito la somma di trenta lire di moneta lucchese. Analogo l’atto con cui il 6 aprile successivo Ugo ‘vendette’ al cenobio metà della sua porzione della curtis di Aqui (odierna Casciana Terme) e del vicino castello di Vivaia con i diritti signorili connessi, salvo il castello di Santa Lucia, e ricevette dall’abate Gherardo un paio di pelli. In questo caso la somma da restituire era di quaranta lire.
I fondatori dunque usavano il monastero come una sorta di banca, per ottenere denaro liquido, un’operazione finanziaria che non denuncia, come potrebbe sembrare a prima vista, difficoltà economiche da parte dei debitori, ma semplicemente è un segno della scarsità di denaro circolante in un periodo di sviluppo economico, cui le zecche non riuscivano a fare fronte, mentre gli enti religiosi potevano disporre di maggiori somme di denaro provenienti da lasciti e offerte e dalla riscossione delle decime sui prodotti agricoli. Si vede molto bene come per i conti il cenobio fosse destinato a divenire il nucleo di coordinamento territoriale e di consolidamento del patrimonio familiare in quel punto chiave della Tuscia, là dove s’incontravano i confini delle diocesi di Lucca, di Pisa e di Volterra.
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L’eredità cadolingia
La speranza del conte Ugo, ultimo esponente della sua stirpe, di una discendenza legittima andò delusa ed egli morì senza eredi diretti il 18 febbraio 1113. Le sue disposizioni testamentarie prevedevano la restituzione della metà delle proprietà ecclesiastiche in qualsiasi modo da lui detenute ai vescovi delle rispettive diocesi e la vendita dell’altra metà per il pagamento dei propri debiti, fatti salvi i diritti della moglie ed eccettuati i servi e le ancelle e i feudi «equitum de masnada»; il risultato fu un’immediata corsa all’accaparramento delle proprietà della casata da parte dei vescovi, delle grandi abbazie fondate da membri di quella famiglia e da una serie di altre forze maggiori e minori presenti nell’ampio scacchiere già dominato dai Cadolingi. Anche il monastero di Morrona vi fu coinvolto ma si trovò stretto tra le volontà espansionistiche volterrane e pisane e finì per soccombere di fronte alla ben più rilevante forza della città di Pisa, impegnata ad estendere il proprio dominio nell’entroterra e ad assicurarsi alcuni punti chiave nelle aree di confine.
Così l’abate Gherardo il 9 settembre 1114 concesse a Pietro, vescovo di Pisa, per il censo puramente ricognitivo di dodici denari l’anno, un nono del castello e distretto di Vivaia e della curtis di Aqui, salvo i molini e i beni che il cenobio possedeva anteriormente al prestito con garanzia fondiaria visto sopra. La presenza di due consoli pisani rivela la natura non esclusivamente patrimoniale della concessione, che investiva la più ampia sfera del controllo politico del territorio, in un’epoca in cui la Chiesa vescovile fiancheggiava e suppliva l’iniziativa comunale nel processo di rafforzamento e controllo della compagine territoriale.
Pochi mesi dopo, il 26 gennaio 1115, fu il vescovo di Volterra Ruggero, che già era stato investito subito dopo la morte del conte di metà dei beni di origine ecclesiastica detenuti da costui nella diocesi, ad acquistare per 150 lire di denari lucchesi dagli esecutori testamentari di Ugo l’altra metà del patrimonio, consistente in una serie di castelli, tra cui erano compresi Morrona, Montevaso e Pietracassa.
In un tale contesto, il monastero di Morrona cercò di rafforzare la propria posizione attraverso un privilegio pontificio: il 21 maggio 1120, da Volterra, Callisto II prese il cenobio sotto la protezione apostolica e confermò le proprietà ricevute dai Cadolingi, e in particolare il castello di Vivaia con la non lontana località di Pantano, beni a Morrona, nel castello di Soiana, a Negoziana, a Rivalto e nei luoghi non più identificabili di Massa e di Monte Gemmale, certo non distanti dal cenobio.
Il contenzioso con il vescovo volterrano trovò soluzione il 20 agosto 1128, allorché Ruggero, nella doppia veste di vescovo di Volterra e arcivescovo di Pisa, dovette riconoscere le giuste ragioni del cenobio e restituire al priore Guido quanto egli stesso per conto della Chiesa volterrana deteneva nella corte di Aqui e nelle località di Rivalto e Riparossa presso Chianni.
Cessate così le pretese volterrane, non si fermarono però quelle pisane. Il monastero di Morrona si trovò costretto a concludere una serie di accordi con l’arcivescovo Uberto (1133-1137), successore di Ruggero. Il 29 marzo 1135, a Pisa, alla presenza dei consoli della città e di altri ragguardevoli cittadini, l’abate Gherardo II vendette al presule pisano per venticinque lire un sesto dei castelli e distretti di Aqui detto Vivaia e di Morrona, esclusi i beni che il cenobio possedeva anteriormente alla cessione del 1109. La vicenda del patrimonio cadolingio assegnato all’abbazia di Morrona si concluse a Pisa il 30 agosto 1152, allorché per l’edificazione del nuovo complesso monastico l’abate Jacopo, accompagnato da quattro monaci, alla presenza dei consoli di Pisa e di altri eminenti cittadini, vendette per venti lire all’arcivescovo Villano i diritti spettanti all’abbazia nel castello di Montevaso «et usque ad medietatem loci» tra quel castello e il castello di Colle Montanino e nella località di Mortaio: si trattava di quanto la Chiesa pisana era riuscita ad ottenere dopo la morte del conte Ugo e si era vista confermato il 15 ottobre 1150 da di Guido, cardinale del titolo di Pastore, inviato dal papa Eugenio III.
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Diritti ecclesiastici e beni patrimoniali